Quattro riflessioni dopo i ballottaggi

22 maggio 2012

Ci sono quattro elementi su cui riflettere dopo queste elezioni amministrative: (1) astensionismo, (2) crollo Pdl e Lega, (3) ascesa del Movimento 5 Stelle, (4) orizzonte del Pd.

Astensionismo

Ai ballottaggi ha votato il 51,4 % degli aventi diritto. Nei comuni capoluogo ha votato il 45 % – meno del 40 % a Genova. Il numero dei votanti è calato del 17 % rispetto al primo turno, il 21 % in meno nel Sud. Vi sono delle eccezioni: a Parma ha partecipato al voto il 61,18 % degli elettori, a L’Aquila il 58,04 %, a Piacenza il 54,38 %; percentuali comunque inferiori a quelle registrate nel primo turno.

E’ interessante notare che il numero dei non votanti, circa il 58 %, è vicino a quel 57 % di elettori che, secondo i sondaggi, dichiarano di volersi astenere o di essere indecisi sulle proprie intenzioni di voto (Renato Mannheimer, Precipita l’affluenza. Sindaci “depotenziati” scelti da metà elettorato).

La percentuale degli astenuti non delegittima vittorie elettorali come quelle di Ippazio Stefàno a Taranto (69,67 % di 43,21 % di votanti), di Marco Doria a Genova (59,71 % di 39,08 % di votanti), di Leoluca Orlando a Palermo (72,43 % di 39,73 % di votanti): votare è un diritto, non un dovere, e l’astensione non è punita a norma di legge.

Ciò di cui bisogna tenere conto è l’instabilità e l’incertezza dell’elettorato, pronto in poco tempo a mutare opinione o a decidere se recarsi o no alle urne. C’è un clima di diffusa precarietà, vissuta e percepita, dalla quale non è immune nemmeno il governo Monti. E’ necessario comprendere nel modo più profondo possibile l’opinione pubblica, gli umori della società; bisogna soprattutto capire in che modo essa interpreta la crisi delle rappresentanze politiche e si rapporta a forze dell’antipolitica. Con quest’ultimo termine non intendo identificare il Movimento 5 Stelle o un qualche altro movimento o partito politico, bensì un tratto culturale, piuttosto diffuso in Italia, di resistenza al sistema paese e alle sue istituzioni, disposto a votarne lo sfilacciamento piuttosto che una difficile e sofferta tenuta - si pensi al tema delle tasse (per una definizione del binomio /politica VS antipolitica/: Politica e antipolitica).

L’affermazione “gli astenuti sono elettori di centrodestra” non è sufficiente perché non ci dice cosa si intende con “centrodestra” dal punto di vista politico, ovvero come istanza di mediazione nel tessuto socio-economico: quale progetto, quale amministrazione, quale linea di governo risulterebbero nelle aspettative di presunti “elettori di centrodestra che si astengono”.

Crollo del Pdl e della Lega

La netta sconfitta di quella che era la coalizione di centrodestra (Pdl + Lega Nord), e che governava fino a novembre 2011, era stata registrata dai sondaggi, è stata confermata dal primo turno, ora sembra ancora più acuta con i risultati dei ballottaggi.

Su 26 comuni di capoluogo, il Pdl ne ha vinti 6: Trapani, Catanzaro, Trani, Lecce, Frosinone, Gorizia. Ma di questi solo il comune di Frosinone è stato conquistato, mentre a Catanzaro sono in corso indagini della Procura sulla regolarità del voto. Su 157 comuni sopra i 15.000 abitanti, il Pdl ne amministrava 92, oggi ne amministra 34.

La Lega Nord ha perso tutti i 7 ballottaggi. Su 12 comuni (sopra i 15.000 abitanti) che amministrava ne ha riconfermati 2 – Verona e Cittadella – e non ne ha conquistati nessuno.

Al Sud, la sconfitta del Pdl è netta in Sicilia, terra, nel 2001, del famoso 61 a 0. Ha perso 17 comuni (sopra i 15.000 abitanti) che amministrava, ne ha conquistati solo 2 e riconfermati 1. La sconfitta al ballottaggio ad Agrigento, terra di Angelino Alfano, contro un candidato di centro non è però così netta: il comune era amministrato dal centrosinistra e il numero di consiglieri, sommando ai posti di consiglio ottenuti dai partiti del vincitore quelli conquistati dal terzo candidato (Maria Lo Bello: Mpa + Pd + Fli + Api), è di 19 pari. Diversa la situazione a Palermo, dove il Pdl conquista solo 3 consiglieri (2 vanno alla lista “eretica” di Micciché, vittoriosa ad Avola, comune di 32.000 abitanti in provincia di Siracusa). A Paternò, invece, terra di Ignazio La Russa, perde il comune senza nemmeno aver preso parte al ballottaggio. Meno netta, ma non meno pesante, la sconfitta in Puglia, dove perde 11 comuni, ne conquista 2 e ne riconferma 6.

Il crollo di Pdl, al quale si aggiunge quello della Lega, è più evidente al Nord, nei luoghi economicamente più importanti. In Veneto al ballottaggio regge Vigonza ma è persa Thiene, che dalla Lega passa al Pd ma grazie a un candidato imbottito di liste civiche che prendono il doppio dei consiglieri del Pd. Ciò che è accaduto in Lombardia è ancora più significativo: vengono riconfermati solo 3 comuni per il centrodestra, mentre il Pd ne conquista 17. Il risultato finale è di 19 a 3 (in 2 comuni il centrosinistra ottiene la riconferma). Resta a mani vuote la Lega.

Quali conclusioni trarre da questi dati? Il Pdl resiste solo in Calabria. Perde in Sicilia (dove Lombardo ha rassegnato le dimissioni da presidente della regione), arretra, sebbene in misura minore, in Puglia; esce sconfitto in altri importanti comuni del Centro come Rieti, Todi e Lucca; crolla al Nord, soprattutto nel triangolo produttivo del Nord-Ovest – tutti centri importanti dove, anni prima, vinceva tranquillamente assieme alla Lega. Il partito del Carroccio cade rovinosamente, resistendo solo nella roccaforte di Cittadella e a Verona grazie all’outsider Tosi.

Il centrodestra non esiste (per ora) più come coalizione, perde molti voti e numerosi comuni. Dal 2011 ha perso importanti città del Nord, da Milano a Trieste, fino a Monza, Como, Asti, Alessandria. La “questione settentrionale” non scompare, ma si svincola dalla componente politica che l’ha sostenuta negli ultimi anni (Giangiacomo Schiavi, Declino di un modello usurato. La Regione si è sentita tradita; Ilvo Diamanti, Chi rappresenta il male del Nord). Rimane un grande vuoto di rappresentanza politica, come testimoniano i dati dell’astensione, che comprende la parte più produttiva del paese, quella del tessuto industriale di piccole e medie imprese, la cui cattura del voto non è affare da poco.

Ascesa del Movimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle conquista quattro sindaci: Parma, Comacchio, Mira, Sarego (quest’ultimo è un comune con meno di 15.000 abitanti). Nei primi due casi conquista due comuni precedentemente governati dal centrodestra, vincendo al ballottaggio con il candidato di centrosinistra; nel caso di Mira va al governo di una città operaia storicamente di sinistra.

Considerando i casi di Parma, Comacchio e Mira, il candidato del M5S vince in quanto rappresentante di una nuova politica contro la politica dei partiti. Nel caso di Parma, ottiene il successo in un comune portato al dissesto finanziario dalle precedenti giunte di centrodestra, con la complicità degli industriali locali. Bisogna far fronte a 600 milioni di passivo di bilancio.

A Parma Federico Pizzarotti vince grazie ai voti degli elettori di centrodestra (si vedano i calcoli di Roberto D’Alimonte, Pdl e Lega, caduta oltre le attese). La stessa cosa si può relativamente dire di Comacchio, dove il candidato del Pd prende circa 600 voti in meno rispetto al primo turno. Lo stesso accade al candidato del Pd di Mira (dove la percentuale degli astenuti al ballottaggio è stata alta) superato da Alvise Maniero del M5S che ottiene più del doppio dei voti del primo turno.

Il caso più interessante è certamente quello di Parma. Qui non ha perso solo il Pd e il suo candidato, Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia, che non è riuscito ad opporsi con validi argomenti a Pizzarotti; qui hanno perso soprattutto gli industriali locali che avevano interloquito con il Pd (Dario di Vico, Fallisce il patto democratici-industriali. A 5 stelle l’aiuto di indignati e “vendicatori”). Pizzarotti conquista un voto piuttosto eterogeneo, da quello dei cittadini indignati a quello anti-sistema e vendicatore contro le potenze economiche locali. La dichiarazione di voto del Pdl a favore di Pizzarotti prima del ballottaggio può contare in modo limitato, ma conferma il ragionamento: si tratta della tradizionale opposizione al Pd, il primo partito dell’Emilia Romagna, o anche della vendetta contro gli industriali (quindi contro un eventuale patto tra il Pd regionale e gli imprenditori locali).

Il M5S raccoglie certamente un voto di protesta contro i grandi partiti. Ma questa protesta va anche letta a livello locale e oltre l’ascesa del M5S, laddove nell’opinione pubblica emergono umori ostili ai poteri politicamente ed economicamente forti. E’ accaduto a Parma e, in altro modo, anche a Palermo, Genova, Napoli. Potrebbe accadere a Siena dopo le dimissioni del sindaco. In questo caso non si tratta propriamente di antipolitica, ma di una resistenza crescente a una politica cristallizzatasi nel controllo e nella riproduzione dell’élite al potere, quello politico e quello economico, incapace di interloquire con i cittadini. Un clima sentito a livello nazionale ma di cui si possono misurare gli effetti in alcuni contesti locali.

Orizzonte del Pd

Il Pd vince in tutta Italia conquistando comuni importanti dalla Sicilia al Piemonte. Rispetto ai 56 comuni che amministrava (98 del Pdl), ora ne governa 95 (il Pdl ne ha 34). In certi casi vince sostenendo un candidato di coalizione (Genova), in altri perde contro candidati di sinistra (Palermo, Belluno). Perde in tre casi contro candidati del M5S (Parma, Comacchio, Mira – mentre vince a Budrio) e nel caso di Cuneo perde contro un candidato di centro.

Il Pd si espande in una regione di destra, come la Sicilia, e conquista un cuore produttivo del paese come la Lombardia. Vince anche in cinque comuni del Veneto (perdendone uno), vince in Liguria, Toscana ed Emilia Romagna senza perdere alcuna amministrazione (ricordo che Parma e Comacchio erano amministrate dal centrodestra).

Bersani ha parlato di una vittoria del Pd che non deve essere sprecata rimanendo rigidi: bisogna fare le riforme istituzionali che il paese chiede (soprattutto riforma elettorale e finanziamento dei partiti; non si parla invece di una riforma dello statuto dei partiti). Di fatti il centrosinistra ha ora la possibilità di amministrare comuni economicamente importanti, come il triangolo industriale del Nord-Ovest (Torino, Milano, Genova) e la Brianza, quindi di interloquire direttamente con le imprese locali. Può tessere una tela politica con la quale rilanciare una nuova “questione settentrionale”, ben diversa da quella avanzata da Pdl e Lega Nord: fondata su un’economia virtuosa, in stretta relazione con il territorio, non su assistenzialismo, evasione fiscale e lavoro nero.

Tutto ciò, però, non rappresenta ancora una “vittoria del Pd”, ma il suo “orizzonte di vittoria”. Finora il Pd vince sulle macerie di Pdl e Lega Nord, ma non riesce sempre a prendere il voto dei moderati; il voto del ceto produttivo nel Nord-Ovest deve essere ancora conquistato con serie proposte politiche ed economiche. Inoltre il partito mostra ancora qualche difficoltà contro candidati outsider (come quelli del M5S).

Le vittorie non chiariscono né quale coalizione ci sarà sul piano nazionale né quale sia il progetto di governo. Mancano gli ingredienti con i quali il Pd può presentarsi come il primo partito di maggioranza relativa: leader candidato alla Presidenza del Consiglio, coalizione di governo, progetto di governo e di amministrazione, programma politico ed economico, linea di governo. Non si chiede un’agenda scritta giorno per giorno né un programma di duecentocinquanta pagine; ma di tutto ciò non si è finora nemmeno tracciata una riga.

Non solo mancano gli elementi veri di una vittoria e quelli del consolidamento del partito nel territorio produttivo del Nord, ma, come suggerisce Massimo Giannini (Un altro paese) non può sfuggire al segretario del Pd che annunciare fin da subito la vittoria forse non è il modo migliore per non mostrarsi troppo rigidi.


Grande Crollo e Grande Depressione: cause e conseguenze

14 maggio 2012

0. Premessa

Come mai una crisi finanziaria ha conseguenze negative sull’economia? In che modo un evento economico o politico agisce sui mercati finanziari? Ci poniamo queste domande dall’inizio della crisi (agosto 2007) e dal primo successivo evento significativo: la bancarotta di Lehman Brothers nel settembre 2008.

Può essere utile tornare al Grande Crollo del 1929 e alla Grande Depressione che seguì nel decennio seguente per cercare di comprendere meglio quei collegamenti e costruire una base più solida per riflettere oggi, a partire da una comparazione, diffusa e ampiamente giustificata, tra quella crisi e questa che viviamo.

1. Il grande crollo

C’è un legame, o addirittura un rapporto di causa ed effetto, tra il crollo del mercato azionario del 1929 e la depressione economica? John Kenneth Galbraith, influente economista del XX secolo, pone questa domanda all’inizio dell’ultimo capitolo (pp. 159-183) della sua celebre cronaca sul più disastroso evento borsistico del ’900 (Il grande crollo, prima edizione 1954). L’economia non consente una risposta definitiva. Ma se si ragionasse assentendo senza prova, si entrerebbe nel circolo vizioso dello storicismo. Di fatti, non accade sempre che una caduta in Borsa abbia conseguenze sull’economia. Qui non esistono cicli naturali (p. 162). Pertanto si può dire che non vi è un collegamento diretto tra crollo e depressione.

Da qui sorgono le domande che cercano di ricostruire il quadro, analizzando sistemi e processi della finanza e dell’economia. Si tratta di un problema complesso: bisogna ricercare le cause del crollo della Borsa e gli effetti sulle attività finanziarie, correlando questi dati alle osservazioni sull’andamento dell’economia; ma bisogna anche considerare le decisioni di politica economica, le conseguenze che queste hanno prodotto.

1.1. Speculazione

Il crollo del 1929 era implicito nell’orgia speculativa verificatasi tra il 1928 e il 1929. Ciò significa che l’aumento dei prezzi era gonfiato rispetto al valore reale dei beni. La bolla speculativa si crea a causa di comportamenti gregari tra attori finanziari, i quali non osservano i prezzi dei beni, che dovrebbero fornire loro l’informazione sul valore di questi, bensì si osservano tra loro: uno vede come agiscono gli altri e da ciò si regola. E’ un fenomeno comune e per nulla singolare, oggetto di studio di numerose discipline interessate al comportamento economico.

Quali sono le cause dell’orgia speculativa? La risposta diffusa è: il credito abbondante. Galbraith la rigetta, notando come molte volte si sia verificato un facile accesso al credito senza con ciò generare fenomeni speculativi. In più, ciò è avvenuto a saggi di interesse che, sia prima che dopo, sarebbero stati considerati proibitivi.

L’autore propone due spiegazioni. La prima è psicologica (p. 160):

La speculazione su vasta scala ha bisogno di un senso di fiducia e di ottimismo largamente diffuso, e della convinzione che la gente comune è destinata ad essere ricca. (…) Un tale senso di fiducia è essenziale per un boom.

La seconda spiegazione è di tipo economico (p. 161). Perché ci possa essere speculazione su grande scala, è necessario che vi sia risparmio abbondante. Se il risparmio cresce, si è più disposti ad arrischiarne una parte con la prospettiva di un lauto profitto. Ne consegue che è più ragionevole che la speculazione abbia corso in un periodo di boom piuttosto che in una fase iniziale di ripresa dopo una crisi.

Fiducia diffusa e propensione a rischiare su parte del risparmio si alimentano in modo quasi automatico. Un eventuale crollo della Borsa sarebbe un fenomeno traumatico.

2. La Grande Depressione

Dopo aver ragionato su ciò che ha preceduto il Grande Crollo, Galbraith cerca di analizzare gli eventi precedenti la Grande Depressione. Divide la riflessione in due parti: si occupa prima delle cause del declino economico nel 1929, poi della depressione economica negli anni ’30.

2.1. Declino economico

Sul declino economico l’autore individua tre possibili cause, che possono essere fra loro correlate o esclusive (pp. 165-167):

  1. La prima, più superficiale, è una crisi di sovrapproduzione: la produzione industriale aveva superato la domanda di beni di consumo e di investimento in quanto, a causa del clima di fiducia, era stata fatta una previsione di aumento della domanda rivelatasi poi errata.
  2. La seconda, più profonda, riguarda i fattori della domanda. In un periodo di crescita, come quello tra il 1919 e il 1929, aumentarono produzione e produttività: mentre salari e prezzi restarono fermi o ebbero aumenti di poca rilevanza, i costi diminuirono e crebbero i profitti. Questi alimentorono la spesa dei ricchi, rilevante per beni di lusso, il boom del mercato azionario, e soprattutto gli investimenti in beni capitali (ossia in mezzi di produzione). Una diminuzione della domanda, o un aumento inferiore rispetto alle attese, può aver generato una diminuzione del livello degli investimenti, quindi anche una minore fiducia dei produttori. Galbraith, però, avverte che tale spiegazione non è per nulla esauriente: la funzione dell’investimento è instabile, non correlata a quella del profitto; inoltre, un minore saggio di incremento delle spese di consumo, che è causa della diminuzione degli investimenti, muoverebbe da un settore specifico, come l’edilizia, per estendersi in settori contigui, senza che però, a tale livello, sia possibile misurare con precisione l’estensione del fenomeno.
  3. Un insufficiente sviluppo degli investimenti poteva essere conseguenza di alti tassi di interesse. In questo caso, sull’economia nazionale avrebbe pesato il rallentamento del settore agricolo.

Galbraith sottolinea che non vi è nulla di singolare in questi fenomeni che, verificandosi in altre circostanze, non hanno sortito gli stessi effetti di quelli occorsi dopo il 1929. In secondo luogo, fino a questa data la flessione dell’economia non risultava per nulla accentuata.

2.2. Depressione economica

Il crollo dell’economia, dunque, non è direttamente collegato al crollo della Borsa del 1929 né può essere spiegato analizzando fenomeni che lanciavano segnali di circoscritta preoccupazione. La spiegazione del collegamento tra Grande Crollo e Grande Depressione richiede un mix di tutto questo, cui bisogna aggiungere cinque debolezze strutturali (pp. 167-173):

  1. Cattiva distribuzione del reddito, ossia la differenza crescente negli anni ’20 tra il più elevato aumento di reddito dei pochi ricchi rispetto all’aumento del reddito della maggior parte della popolazione.
  2. Cattiva struttura societaria: le holding e gli investment trust, la rete di società anche per servizi di pubblica utilità da queste gestite e controllate, il loro agire spregiudicato sui mercati azionari. Tutto sarebbe andato bene finché ci fossero stati buoni dividendi che le società di controllo intascavano come pagamento per gli interessi sulle obbligazioni dalle società controllate; con l’interruzione dei dividendi, le obbligazioni restavano inadempienti, la società di controllo riduceva gli investimenti negli impianti della società gestita, generando una spirale deflazionistica che contraeva gli utili e restringeva sempre più la spesa.
  3. Cattiva struttura bancaria, l’unione tra deposito e istituto di credito, il ruolo di protagonista delle banche in azioni speculative e l’effetto domino del crollo della Borsa e dei fallimenti societari, di fronte ai quali eventi i banchieri erano impreparati, non avendo mai disposto meccanismi di protezione per la società di investimento e per i propri clienti.
  4. Stato dubbio della bilancia dei pagamenti: gli Stati Uniti, con la Grande Guerra, erano diventati il più importante paese creditore. L’eccedenza delle esportazioni non era bilanciata da un proporzionato livello di importazioni, bloccate da tariffe doganali. Venivano elargiti crediti a tassi anche alti (ne faceva le spese la Germania, piegata dalla guerra), ricevendo contante (cessioni d’oro); oppure il debitore contraeva prestiti con soggetti privati statunitensi. Trovandosi in difficoltà, il paese debitore aveva due possibilità: aumentare le esportazioni verso gli Stati Uniti (evento proibitivo a causa dei dazi) o diminuire le importazioni dagli Stati Uniti e, di conseguenza, venir meno agli obblighi contratti con i prestiti. Il mancato pagamento dei debiti provocò una rapida flessione delle esportazioni americane: il che ebbe delle ripercussioni sul declino dell’economia.
  5. Misero stato dell’informazione economica: economisti e consulenti suggerirono misure che aggravavano la situazione. Dopo la concessione di sgravi fiscali nel 1929, che ebbe effetti minimi, non ottenne risultati positivi l’appello a investire e a mantenere inalterati i salari. Ma più grave fu l’ossessione del pareggio di bilancio. Ciò significava riduzione delle spese governative, non solo in investimenti ma anche in spesa corrente – voce necessaria per far fronte a peggioramenti o difficoltà economiche non previste nell’anno. Si trattava non di materia d’opinione, da discutersi, ma di un atto di fede, improrogabile. Si trattava di una misura in controtendenza rispetto all’aumento della disoccupazione. Oltre al pareggio di bilancio, la politica economica si impose un’altra camicia di forza: lo spauracchio dell’inflazione. I due atti procedevano insieme, producendo effetti negativi: come un esercito che, invece di difendersi da un attacco nemico proveniente da ovest, impegna i propri soldati nella costruzione di fortini e mura per difendersi da eventuali attacchi del più temuto nemico che potrebbe provenire da est. Inoltre non fu nemmeno presa in considerazione la possibilità di svalutare la moneta.

Il reddito del ceto medio crollò e con questo caddero la domanda in consumi e in investimenti.

3. Conclusioni

All’origine della Grande Depressione vi è un mix di crollo della fiducia diffusa dopo il trauma della caduta della Borsa, speculazioni, una crescente sperequazione tra ricchi e non ricchi, gravi carenze strutturali a livello societario, bancario e statale (la bilancia dei pagamenti), dati negativi ma non preoccupanti dell’economia ai quali però non si riuscì a far fronte, decisioni errate di politica economica.

Tra Grande Crollo e Grande Depressione non vi è un collegamento diretto. Ma una riflessione che sia in grado di leggere e combinare insieme fenomeni eterogenei muovendosi su livelli differenti tra finanza, economia e politica, permette di mostrare come un legame, seppure indiretto, vi sia. Ed è qualcosa che rischia di ripetersi oggi. Ritornare alla cronaca del 1929 (e all’agile saggio di Galbraith) è indispensabile per trarne le dovute analisi e riflessioni.


Politica e Antipolitica

28 aprile 2012

“Beppe Grillo è l’antipolitica“: è un’affermazione ricorrente nei media ed è spesso oggetto di contesa. La disputa si concentra sul fenomeno “Beppe Grillo”: c’è chi lo considera il degno erede di Berlusconi, altri vedono in lui il primo Bossi, qualcuno rimanda all’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini. Nessuno si chiede che cos’è l’anti-politica. Eccetto, forse, gli ultimi della lista, i quali cercano di tracciare una qualche coordinata storica.

E’ quanto ha fatto il 26 aprile Pierluigi Battista sul Corriere della Sera (Dall’Uomo qualunque al Movimento 5 stelle. Una (breve) storia delle spinte antisistema), preferendo parlare di “furore antipartiti” piuttosto che di antipolitica. Il conflitto avviene tra il regime dei partiti e le forze che, in diverse circostanze, si sono opposte alla “presunzione di supremazia dei partiti”. L’Uomo qualunque si opponeva al dualismo DC vs PCI, più tardi i radicali, parlando di “regime partitocratico” organizzarono un referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti; tra questi due eventi si segnalano un antipartitismo di destra (voto monarchico e missino) e un antipartitismo di sinistra (la questione morale di Berlinguer e il pool di Milano durante Tangentopoli), fino alla Lega Nord contro Roma ladrona e, oggi, a Beppe Grillo contro la casta dei politici.

Pur concendendo l’attenuante dei limiti di un articolo di giornale, Battista non fornisce un sufficiente quadro storico: sembra implicito che nella Prima Repubblica è “antipartitico” ogni movimento o partito (?) politico che si opponga al dualismo DC vs PCI. Di conseguenza si dovrebbero annoverare anche PSI e, più tardi, Forza Italia. Inoltre, se si ragiona in termini di “antisistema”, bisognerebbe considerare, in basso, i movimenti post-’68 e, in alto, le personalità tecniche (La Malfa, Andreatta, Ciampi ecc.). Poi, distinguendo un antipartitismo di sinistra e uno di destra, non fornendo una definizione dei due orientamenti (questi più vicini alla DC, quelli più vicini al PCI?), l’autore rimane prigioniero di una rappresentazione “guareschiana” della società italiana: da una parte i Peppone, dall’altra i Don Camillo. Quest’ultimo tratto, infine, è incoerente con i precedenti: l’autore oscilla tra un antipartitismo definito dal punto di vista dei politici e uno dal punto di vista degli elettori, confondendo le due prospettive.

Preferire “antipartito” ad antipolitica comporta necessariamente definire un ruolo, uno statuto dei partiti. Non bisogna per forza chiedersi “che cos’è un partito?”; basta porsi la domanda “come agisce un partito?”. Definire “antipartito” qualsiasi movimento, o addirittura qualche partito che si opponga a uno o due o più partiti dominanti non è sufficiente. Tuttavia, porsi quella domanda, significa interrogare l’atteggiamento, l’azione dei partiti; dunque porre il problema del contenuto politico di tale azione. Chiedersi “che cos’è l’antipolitica?”, infatti, non è esercizio inutile: permette di delineare, in modo più preciso, i fenomeni di antipolitica e, nello stesso tempo, quali sono le condizioni delle azioni politiche. Di fatti non si tratta di opporre piccoli partiti a grandi partiti, movimenti a partiti, nuovi partiti a vecchi partiti, ma azioni politiche a fenomeni antipolitici.

Si può definire la politica come il legame, la tela del tessuto socio-economico, ossia della società italiana in tutte le sue componenti. Non una rigida sovrastruttura né un’infrastruttura statica. Vi sono continui scambi e reciprocità di rapporti tra la tela politica e il tessuto socio-economico. In questo senso si può parlare della politica come mediazione.

Come la politica tiene insieme, assembla, le parti del tessuto socio-economico? I fili sono di due tipi: il filo politico-giuridico riguarda le norme, il filo politico-economico riguarda l’amministrazione. Una politica “forte” non è fatta di norme dure e amministrazione pesante: il filo teso non sopporta fardelli troppo pesanti, una fitta maglia rischia di soffocare il corpo sociale. Compito della politica è dare equilibrio e armonia alle parti che compongono il tessuto: il che non significa sostituirsi a questo, ma gestire, governare. Grazie a rapporti di reciprocità e di scambio la politica si mette nelle condizioni di rendere possibile l’espressione delle potenzialità e capacità dello strato socio-economico. Norme e amministrazioni devono delineare le condizioni di possibilità dell’azione in campo socio-economico, non in modo definitivo, ma modificandosi per seguire gli orientamenti o indirizzare meglio questi, laddove vi sono delle potenzialità inespresse, senza soffocarli o sostituirvi i propri fili.

L’azione politica consiste dunque nel garantire autonomia delle prestazioni, equità delle condizioni, possibilità aperte, mostrando capacità di adeguarsi ma anche di delineare un proprio modo di gestione. Al soggetto politico è richiesto un progetto: il disegno, non per forza già delineato, e soprattutto l’intenzione di un modo di gestione. Questo elemento, di qualità socio-politica, precede norme e amministrazione: tra il progetto e l’amministrazione si traccia la linea politica, tra l’amministrazione e le norme la pratica politica; sia la linea che la pratica politica sono parte dell’azione politica.

Abbozzata questa definizione di politica e di azione politica, è possibile tracciare il fenomeno antipolitico come il tentativo di slegare, sfilacciare la tela del tessuto socio-economico. Riguardo alle categorie della politica, l’antipolitica sembra caratterizzarsi più per una visione del tessuto socio-economico che per un progetto politico (in poche parole non ha un’idea di governo) e per un’insufficienza in fatto di amministrazione (carenze politico-economiche). Al contrario, spesso intende o sostituirsi al tessuto socio-economico con un eccesso di norme, o anche lasciar-fare questo in via del tutto autonoma senza interferenze politiche (potrebbe essere il caso del Tea-Party). Diffonde dunque una reazione politica che consiste nel rifiutare il modo di gestione dei soggetti politici preferendogli una gestione minima o una gestione ferrea ma sotto un’altra forma di potere (come l’esercito, la polizia, la magistratura o gli stessi cittadini).

In conclusione, alla luce di questo quadro, il Movimento 5 stelle è antipolitica? Sì, se, al di là della denuncia della fine dei partiti, della loro morte che manda in cancrena il paese, e senza che si debba ritenere tale denuncia vera o falsa, non propone un altro modo di gestione, di amministrare lo Stato, ovvero se non ha un progetto politico. L’antipolitica, in quanto fenomeno totalmente negativo, esiste solo come negazione della politica: qualora dovesse risultare vincente e diventare principale forza di governo, si trasformerebbe in politica, secondo la più semplice logica dei rapporti di potere – laddove questo conflitto è correlato a un altro conflitto, quello tra le relazioni di sapere.

Non ha senso sostituire ad antipolitica la dicitura “antipartito”. Ma non ha nemmeno senso cercare un surrogato di antipolitica - a-politica, contro-politica ecc. – o addirittura volerne dare una definizione morale sulla base di dicotomie generiche e astratte - puro/corrotto, buono/cattivo, giusto/sbagliato. L’antipolitica non è altro che la richiesta, urlata o minacciata, di sciogliere i legami della politica: liberare il tessuto socio-economico, lasciando fare da sé la società e fino quasi ad azzerare il ruolo di mediazione della politica, o fonrirgli un legame più stringente, volendo irrigidire i legami sociali fino quasi a sostituire la società con la politica e magari sottoponendo questa a superiori forme di controllo che detengono il potere di sanzione sull’azione politica.


Governo Monti e linea di governo

14 aprile 2012

“Dopo Monti ritornerà la politica”. Questa affermazione è a volte pronunciata come un imperativo: “Dopo Monti ritorni la politica!”.

Entrambe le espressioni assumono implicitamente che il governo Monti è un governo di non-politici (Governo tecnico, sistema dei partiti e crisi della democrazia). Il che è vero. L’attribuzione di “tecnico”, opposto a “politico”, può essere oggetto di contesa. Non è contestabile il fatto che i membri del governo attualmente in carica non siano politici di professione o iscritti a partiti politici.

Si può tuttavia formulare un ragionamento a sostegno della dicitura “governo tecnico”: il governo Monti è governo tecnico in quanto definisce una linea di governo. Non si tratta di un programma politico ma, come ha più volte spiegato lo stesso Mario Monti, di un progetto di riforme “a incastro”, nel quale i pezzi si tengono insieme e muovono in due direzioni: snellimento della spesa pubblica e ripresa economica.

Più precisamente questa linea di governo può essere interpretata in due modi:

  • Pedagogia verso la società e i politici. I professori universitari danno lezioni di serietà e rigore: si tratta dell’ideologia tecnica descritta da Gad Lerner (L’ideologia tecnica di Mario Monti). In questo senso la linea di governo va considerata come linea di verità che il governo tecnico, con le sue ineludibili ricette, impone alla società italiana e anche ai politici.
  • Impostazione di modi di gestione e di amministrazione dello Stato. Il governo non-politico delinea un progetto di riforme di medio-lungo termine che i governi successivi devono proseguire. Su questa seconda interpretazione della linea di governo, alcune opinioni (per es. di Michele Salvati, Ferruccio De Bortoli, Giovanni Sartori, Massimo Cacciari, Eugenio Scalfari) sostengono che l’esperienza del governo Monti non si può concludere con la fine di questa legislatura.

Non è mia intenzione giocare a predire il futuro. Dunque l’affermazione che conclude il secondo punto non significa “candidare Monti alle elezioni del 2013″ o “fare una grande coalizione” o “nominare di nuovo Mario Monti Presidente del Consiglio”. Vuole invece dire che questo governo imposta un modo di gestire e amministrare lo Stato, in senso largo (dalla cosa pubblica alle trattative con le parti sociali fino alle emergenze per calamità naturali); e che tale modo deve delineare la linea di governo dei successivi esecutivi, politici o non-politici che siano.

Due esempi, a tale proposito, sono la legge sul pareggio di bilancio e la spending review. Se ne potrebbero avanzare altri due: le misure contro l’evasione fiscale e la riforma fiscale. Su questi ultimi due esempi non c’è ancora chiarezza: non è stata definita alcuna riforma fiscale, mentre sulla lotta contro l’evasione si attendono numeri certi ed effetti che non siano solo il risultato di blitz in località turistiche o grandi città. Sui due primi esempi si possono muovere due obiezioni: il pareggio di bilancio è imposto dall’Unione Europea, la spending review era stata avviata dal governo Prodi nel 2006 e poi cancellata dal governo Berlusconi (dove si è preferito procedere con tagli lineari). Si potrebbe inoltre avanzare un esempio negativo: l’elevata pressione fiscale (che sarà più alta nel 2013). Si spera che questa sia solo una misura di emergenza e si rimane in attesa di risultati positivi dalla lotta contro l’evasione, da ridistribuire ai cittadini in regola.

Questi esempi segnalano almeno due tendenze dell’attuale linea di governo: l’attenzione al bilancio di Stato, soprattutto alla spesa pubblica, e il rifiuto di patteggiamenti con gli evasori. Si potrebbe dire, di conseguenza, che il governo Monti preme sull’ordine pubblico.

Non è una novità di poco conto rispetto alle precedenti esperienze di governo:

  • Si può innanzitutto sottolineare la netta distinzione rispetto ai governi della Prima Repubblica (Crisi della democrazia in Italia 1992-1993): contro il deficit spending, la spending review, contro un assistenzialismo di Stato diffuso, che ha alimentato clientele e corruzione, la necessità di riformare lo Stato Sociale in modo che possa essere gestibile. Su questo punto vi sono numerose critiche che vengono mosse da sinistra contro il governo Monti. La gran parte di queste critiche mi sembrano sbagliate per due ragioni: (1) affermano che la riforma dello Stato sociale non ha senso se non c’è sviluppo ma i critici stessi nono sanno come poter fare politiche di sviluppo (o si può aumentare la spesa pubblica con un debito circa al 120%?); (2) sostengono una posizione da Prima Repubblica, fondata cioè su politiche di deficit spending, o su generiche formule keynesiane, comunque del tutto impraticabili nell’attuale stato dell’economia nazionale. Pur non ritenendo intenzione di Monti lo smantellamento dello Stato sociale, ritengo che pochi critici si sono soffermati sulla scarsa inclusività del mercato del lavoro anche dopo la riforma, sull’incerta condizione di attività cui sarebbe destinata la popolazione in età lavorativa e sull’insufficienza delle misure di protezione (Tito Boeri e Pietro Garibaldi, La riforma è fatta. Lunga vita alla prossima riforma).
  • Vi è una netta distinzione anche rispetto ai governi di centro-destra, ovvero all’idea di Stato-azienda. Non essendosi mai vista una briciola della promessa “rivoluzione liberale”, i governi Berlusconi hanno agito in due direzioni precise: (1) lo smantellamento della contrattazione nazionale, la frammentazione di accordi settoriali e di tipologie contrattuali a disposizione dei datori di lavoro senza preoccupazione alcuna per il tessuto socio-economico del paese; (2) il condono, il patteggiamento, l’anonimato con evasori fiscali e in materia di abusi edilizi.
  • Infine vi è una rimarchevole distinzione rispetto al governo Prodi che ha mostrato, in entrambe le esperienze, una linea di governo instabile a causa di coalizioni disomogenee.

La linea di governo imposta dal governo Monti è innanzitutto basata sul ripristino dell’ordine pubblico (rispetto ai governi Berlusconi), su una oculata gestione dei conti pubblici (rispetto alla Prima Repubblica). Infine sembra voler agire con decisione (rispetto ai governi Prodi). Si può, come ho già detto, obiettare l’insufficienza di riforme dello Stato sociale. Ma questo problema andrebbe seriamente posto, tenendo conto dell’attuale stato dei conti pubblici, e non lasciato a generiche riflessioni su politiche keynesiane ed esigenze di sviluppo (Centrosinistra e governo Monti).

Questa mi pare l’impostazione più concreta a partire dalla quale parlare di fine della Seconda Repubblica e avvio di una Terza Repubblica. Si tratta di un dato “tecnico”, se si vuole, che riguarda cioè la gestione e l’amministrazione dello Stato, e non di un dato “politico” (legge elettorale, istituzione parlamentare, statuto dei partiti etc.). Mentre su quest’ultimo punto non si vede alcuna discontinuità, è sul primo punto che si può notare un netto cambiamento rispetto a esecutivi precedenti e un nuovo modo di impostare un’idea di gestione della cosa pubblica.

Sulla questione dello Stato sociale si può muovere una critica al primo modo di interpretare il concetto di linea di governo, come ideologia tecnica. Sembra evidente che il governo Monti non ha ricette definitive sulle riforme: non solo perché deve dialogare con parti sociali e con i segretari dei partiti, ma anche perché è impossibile pensare a una ricetta che, nel caso del mercato del lavoro, “abbatta la precarietà” e “apra ai giovani”. Si può anche pensare alla pubblica amministrazione o, caso eclatante, alle istituzioni parlamentari, compreso lo statuto dei partiti. E’ stupido pensare che il governo Monti abbia ricette definitive e dal risultato positivo certo. L’ipotesi dell’ideologia tecnica controbatte a una tesi falsa – il governo tecnico come soggetto infallibile – mentre pone l’accento su un tema più interessante, ovvero la pedagogia esercitata verso la società e i politici. Ritengo che questo atteggiamento sia indispensabile dal momento in cui si cerca di delineare un ordine pubblico, così debole in Italia, senza salvare alcuna innocente società civile, e definire una linea di governo, di gestione e amministrazione anche per i futuri esecutivi.

Ma se il governo Monti non ha ricette definitive, perché se ne è discusso così tanto opponendo i tecnici ai politici? Questa domanda meriterebbe una discussione intorno al calo drastico di fiducia dei cittadini verso i partiti e i politici, segnalato dai sondaggi delle società di Ilvo Diamanti e di Renato Mannheimer. Ma da quanto detto sopra emerge una seconda domanda che meriterebbe finalmente una riflessione seria: posto che non c’è riforma che possa garantire in un solo colpo il massimo dell’efficienza di una struttura, a che cosa servono le riforme? Che cosa si chiede quando si invocano riforme? Che cos’è una riforma?


Crisi della democrazia in Italia 1992-1993

1 aprile 2012

La grande slavina. L’Italia verso la crisi della democrazia di Luciano Cafagna uscì nella tarda primavera del 1993. Oggi lo si può ritenere non solo un pamphlet, come nell’intenzione dell’autore (vedi Avvertenze) che si rivolgeva soprattutto a un uditorio di sinistra. Non è una cronaca della fine della Prima Repubblica, ma lucida analisi economica e politica dei mali cronici che affliggevano e tuttora affliggono l’Italia, essendosi protratti nel tempo con il dominio culturale di Berlusconi. Purtroppo non è stato più ristampato dall’editore Marsilio. Ma leggerlo di questi tempi è attività proficua per comprendere quello che è accaduto subito dopo l’uscita del libro (la discesa in campo di Berlusconi) e gettare uno sguardo lungo sulla crisi attuale.

Luciano Cafagna è stato docente di storia contemporanea presso l’Università di Pisa. Militò nel PCI per allontanarsene nel 1956 e dimorare nell’area socialista. Si è occupato di sviluppo economico e industrializzazione. Ha dedicato saggi importanti al centrosinistra in Italia movendo l’indagine da alcune questioni nevralgiche: perché nello spazio di centrosinistra non si sono sviluppate una cultura e una politica socialdemocratica? Perché il PCI non si è trasformato in partito di governo? Quali sono le ragioni del lungo distacco tra socialisti e comunisti? Perché il partito socialista non è stato in grado di costruire una forza politica socialdemocratica? Quali le ragioni della deriva craxiana?

Queste domande ritornano nel secondo capitolo de La grande slavina. Il saggio è diviso in quattro parti, le prime tre dedicate alle tre grandi crisi – fiscale, morale, istituzionale – che l’Italia affrontava agli inizi degli anni ’90, la quarta alle riflessioni su una sinistra di governo e sui modi e gli obiettivi per superare il difficile momento e vincere il rischio delle incertezze politiche.

La crisi fiscale ha origine dalla spesa pubblica per mantenere lo Stato sociale. Non ne consegue lo smantellamento di questo, bensì una revisione strutturale in armonia con variabili contabili (le entrate fiscali) e statistiche (allungamento della durata media della vita, inflazione, andamento dei tassi di interesse ecc.): la costruzione, cioè, di una spesa sociale produttiva e non meramente assistenziale. Lo Stato sociale regge su quattro pilastri: (a) una politica fiscale che garantisca le entrate tributarie, equamente distribuite, per finanziare i servizi; (b) l’obiettivo macroeconomico di piena occupazione; (c) una gestione efficiente della spesa pubblica; (d) una politica salariale correlata al tasso di inflazione e a quello della produttività.

La storia dello Stato sociale in Italia è storia di storture e deviazioni: un’evasione fiscale elevata nel tempo, soprattutto a causa di una politica del prelievo che mira a entrate sicure (i redditi del lavoro dipendente); l’assistenzialismo alle grandi industrie che non hanno investito e innovato, godendo di posizioni di oligopolio sul territorio nazionale; un uso per nulla oculato della spesa pubblica, come dirò meglio sotto; una politica salariale slegata dal tasso di produttività, con l’accordo tra Lama e Agnelli (1975) di collegare l’aumento salariale al tasso di inflazione in un periodo di galoppante crescita dei prezzi che erodeva il potere d’acquisto.

L’andamento al rialzo della spesa sociale, sottolinea Cafagna, è stato alimentato dal deficit spending: uscite non coperte da entrate per avere un livello di piena occupazione in una fase economica negativa. Concepito nella prospettiva di un’ampia programmazione economica (mai attuata) agli inizi degli anni ’60, avrebbe dovuto trattarsi di uno strumento transitorio, invece è stata la consuetudine dei governi. Ne è conseguito un indebitamento continuo e una peculiare forma di “distribuzione derivata”: gli alti tassi di interesse per finanziare il debito pubblico hanno giovato alle ricchezze di quelle famiglie (ricche, agiate, modeste) che hanno avuto la fortuna o l’astuzia di comprare titoli di Stato e che hanno potuto acquistare proprietà immobiliari (prime o seconde o terze case). Bisogna fare attenzione quando si nomina il “risparmio delle famiglie” e capire di che cosa si sta parlando. Nello stesso tempo, mentre avvantaggiava forme di rendita, questa distorta spesa pubblica ha gravato su produttività e investimenti.

La crisi morale ha almeno due origini: il sistema politico della Prima Repubblica e la partitocrazia. Se ne possono individuare quattro componenti: (a) un’elefantiasi organizzativa dei partiti che, secondo Cafagna, è uno dei principali tratti che i due principali partiti della Prima Repubblica (DC e PCI) ereditano dal partito fascista, e che permette loro di penetrare in ogni tessuto sociale, di occupare il settore pubblico, con una crescente degenerazione di pratiche clientelari, corruzione e logiche di spartizione; (b) la frammentazione partitica fa da contrappeso al punto precedente: è una questione importante perché tratto distintivo della repubblica parlamentare (non a caso definita con metodo di elezione proporzionale) e tuttavia elemento di instabilità; (c) un frequente ricorso alle urne, o meglio un frequente succedersi di governi, soprattutto dagli anni ’70 e ciò per via del “bipartitismo imperfetto” italiano: la DC al governo e il PCI all’opposizione, il campo democristiano sempre più attraversato da lotte interne e la dirigenza comunista incapace di intraprendere la strada di un partito di governo recidendo il legame con Mosca (si aggiunga un partito socialista sempre diviso al suo interno e pervaso da un complesso di inferiorità nei confronti dei vicini “nemici” comunisti); (d) un sistema elettorale iper-competitivo, sebbene raffreddato dal bipolarismo imperfetto, tuttavia causa principale di quella rincorsa ai finanziamenti di cui è stato abile procacciatore Craxi, alla ricerca di uno stabile fondo di 10% elettorale per poter trattare con le componenti di governo.

Dal fascismo la Prima Repubblica non ha ereditato solo la partitocrazia di partito, ma anche quella di Stato, ovvero un ipertrofico apparato pubblico, da un lato oggetto di spartizione dei partiti, dall’altro lato sede di pratiche illegali, tangenti e finanziamenti illeciti. Cafagna sottolinea come il PCI abbia acquisito un’egemonia culturale e costruito un capitale simbolico molto ampio, dalla serietà organizzativa al sistema culturale, opposto al servizio gratuito offerto dalla Chiesa alla DC. Questo capitale ha raggiunto il suo culmine negli anni ’70 con il mito delle regioni rosse, che tuttavia il PCI non ha saputo sfruttare trasformandosi in forza per il governo, aprendo in parte la strada a un agguerrito PSI capeggiato da Craxi. Qui si ripropongono le domande sul centrosinistra, la mancata forza socialdemocratica, la disgiunzione tra comunisti e socialisti, la deriva del rampante PSI craxiano, dedito, più della DC, alla gestione delle rendite di potere e al saccheggio della finanza pubblica. Un “duello a sinistra” che si può far cominciare con i fatti di Ungheria del 1956, ma soprattutto con l’alleanza di governo tra democristiani e socialisti (1963-1972).

La crisi istituzionale ha due ragioni: (a) la mancata riforma costituzionale ha mantenuto un sistema parlamentare, luogo di ricatti tra partiti e correnti di partiti, intorno all’asse del “bipolarismo imperfetto” (cui fa da complemento il dualismo tra Camera e Senato), senza garantire stabilità di governo; (b) la diffusa corruzione e le pratiche illecite sono state scoperte e combattute da una magistratura agguerrita: qui si pone il quesito se era compito della magistratura “distruggere” il sistema politico o responsabilità dei politici attuare le dovute riforme. Cafagna non ha dubbi che vi sia stata una guerra civile tra poteri, per via di una carica morale molto sentita dal pool di Milano. Il che non significa che i magistrati abbiano sempre sbagliato o che fosse espoloso un conflitto istituzionale dovuto a regolamenti incerti; al contrario, la Costituzione garantisce ampia autonomia della magistratura. Ma era l’atmosfera culturale a non rendere facile il compito né per i politici (come riformare le istituzioni?) né per i magistrati stessi (come non chiedere per tutti gli indagati la custodia cautelare?).

Nelle lunghe conclusioni Cafagna ribadisce che il perno di una forza politica di centrosinistra di governo è lo Stato sociale, aggiungendovi l’ordine pubblico contro le pratiche illecite quotidiane diffuse. Una politica ispirata ai principi del socialismo liberale si oppone a due fenomeni: (a) l’antipolitica, diffusa con l’avvio dell’operazione “Mani Pulite”, e che nel 1993 trovava voce solo nella Lega Nord di Umberto Bossi (e dall’anno dopo in Forza Italia); (b) una sinistra legata a un’ideale di opposizione, immatura per governare, che ha come perno non lo Stato sociale ma la spesa sociale, fautrice di un “massimalismo sapiente” che sa come risolvere problemi ma non si propone di governare né di praticare le proprie certe soluzioni.

Cafagna bollava come “armata Brancaleone” l’alleanza del PDS con le forze di sinistra, avendo temporeggiato e poi rifiutato la proposta di un Alleanza Democratica con le forze socialdemocratiche del Partito Repubblicano e della Democrazia Cristiana – Alleanza che poi confluì nella coalizione dei Progressisti - la “gioiosa macchina da guerra” di Occhetto – che perse le elezioni del 1994. Lo storico auspicava una “grande coalizione” per il rinnovamento politico e democratico, contro il populismo incalzante dell’antipolitica, allora capeggiata dal solo Bossi, ma poi guidata da Berlusconi.  Nacque così un secondo “bipolarismo imperfetto”, quello della Seconda Repubblica: un centrosinistra spinto verso una sinistra inadatta – come poi si è verificato – a governare, un centrodestra spinto verso una destra xenofoba, che ha proseguito lo scempio craxiano della finanza pubblica (come non ritenere Tremonti uno dei peggiori ministri delle Finanze?), ha interrotto e bruciato il cammino difficile delle riforme intrapreso con i governi di Amato, Ciampi, Dini, Prodi e D’Alema, preferendo al risanamento dei conti l’aumento della spesa pubblica, il condono delle pratiche illegali, comportamenti finanziari di brevissimo termine e di scarsissima efficacia, bruciando, così, quel breve periodo di tranquillità economica e finanziaria del paese a cavallo degli anni 2000.

Molte frasi de La grande slavina sul debito pubblico, la partitocrazia, i conflitti istituzionali sembrano scritte oggi. In altri casi si tratta di lucide affermazioni che hanno poi trovato verifica: soprattutto circa l’irresponsabilità della sinistra, che di fatto ha mostrato, nelle due brevi esperienze di governo, di non essere adatta a tale compito.

Concludo tenendo aperta la riflessione su due punti: (a) Cafagna termina il saggio sottolineando la necessità di costruire un’opinione pubblica preparata, severa e mobilitata, opposta alla ferocia distruttiva della folla. Da questo punto di vista il problema, oggi, non è l’immagine di Berlusconi, il suo carisma mediatico, ma la massa di antipolitica, cavalcata da Beppe Grillo, Italia dei Valori, di nuovo Lega Nord, Il Fatto Quotidiano, Michele Santoro, comici famosi (Maurizio Crozza, Sabina Guzzanti) e dai giornali di destra – Libero, Il Giornale, Il Tempo. A questo elenco si possono aggiungere la Federazione della Sinistra, in parte Sinistra Ecologia e Libertà. Un gran calderone, già stratificato, e che quindi sembra essere distribuito, spezzettato, incapace di farsi voto elettorale di un’unica rappresentanza. Da un lato non sembra esserci all’orizzonte un personaggio come Berlusconi, capace di trasformarsi in breve tempo in attore politico per ragioni personali e abbindolare la massa antipolitica. Dall’altro lato mi pare che il fenomeno coinvolga i più stupidi sostenitori di destra della “rivoluzione liberale” che Berlusconi avrebbe dovuto realizzare e i più ingenui militanti di sinistra, ormai privi di un serio orientamento politico-economico, se non per via di certi idealismi (i beni comuni) o di tendenze oggi effettivamente praticabili solo a livello europeo (deficit spending). Si tratta di due punti problematici per la sinsitra sui quali già insisteva Cafagna. (b) Si sostiene, a ragione, che, negli ultimi venti anni, il risanamento dei conti è stato portato avanti dai governi di centrosinistra o da questo appoggiati: dal primo governo Amato all’ultimo governo Prodi – ai quali si può aggiungere il governo Monti in quanto appoggiato dal PD (vedi Centrosinistra e governo Monti). Ma in tutti questi governi le politiche economiche sono state decise e gestite da personalità “tecniche”, in particolare esterne ai partiti politici: il giurista Amato, lontano dalle logiche di saccheggio e potere di buona parte del PSI, Ciampi, Dini, Prodi, Padoa Schioppa. C’è da riflettere se questa sia una lacuna del principale partito di centrosinistra, la cui evoluzione, ora nella forma del PD, non si può pertanto dire in alcun modo compiuta, o almeno un interessante punto di partenza per valutare chi possa proseguire l’attività di risanamento dei conti pubblici. O almeno in che senso ciò possa essere compito di un soggetto organizzato che chiamiamo centrosinistra.


Centrosinistra e governo Monti

21 marzo 2012

Il governo Monti (vedi artcolo Il governo Monti e la contrazione espansiva) elabora riforme strutturali (non congiunturali) su tre settori importanti della società: (1) previdenza, (2) servizi e professioni, (3) lavoro. In tutti questi casi opera con le mani sul tavolo e la testa rivolta altrove, ai mercati finanziari. L’azione che ne scaturisce non è la stessa. La riforma della previdenza è un colpo duro che blocca pensionamenti e turnover per un bel po’ di anni – e tuttora lascia nel limbo chi aveva avuto o si era fatto dare una buonuscita dall’azienda in difficoltà o in restyling in previsione del pensionamento. Con le liberalizzazioni si è proceduto in altro modo: non si è concertato nulla con le parti interessate, ma sono state accolte modifiche proposte da singoli esponenti politici rappresentanti o appartenenti di qualcuna delle corporazioni. Un metodo piuttosto singolare. Vedremo come si deciderà di procedere per la riforma del mercato del lavoro, con la quale si è posto fine alla concertazione: decreto legge o disegno di legge aperto o blindato?

Di fronte all’azione del governo, e soprattutto alla riforma del mercato del lavoro, ci si chiede: cosa fa il centrosinistra? Il Pd si ritrova spaccato in due: chi accetta “senza se e senza ma” la riforma e chi invece la contesta. In mezzo la segreteria nazionale che sembra stare più dalla parte di questi ultimi che dei primi ma che non può (e non vuole) spaccare il partito.

Tuttavia non è nel consenso/dissenso al governo su certi provvedimenti la linea di frattura del Pd. Vi è un’altra linea che scorre più profonda, sia nel consenso sia nel dissenso, e che erode il progetto politico di centrosinistra. E’ contenuta nelle parole che Bersani ha spesso ripetuto: “appoggiamo questo esecutivo ma diciamo al tempo stesso che se fossimo stati noi al governo non avremmo agito in questo modo”. La si trova ogni volta che un esponente del Pd ricorda in quale situazione l’Italia si trovava alla fine del governo Berlusconi.

Il Pd sostiene il governo Monti ma non condivide certe sue scelte. A differenza del Prc nel 1996, vota a favore dei provvedimenti (o al più può astenersi) e, per un minimo di coerenza, non partecipa a manifestazioni di opposizione al governo. Si sa che non si può fare in altro modo: non si può non sostenere il governo Monti; nello stesso tempo si avanzano alcune critiche: diventa faticoso sostenere certe scelte del governo.

Se si esclude la “destra” del Pd, schierata senza ripensamenti con Monti e più vicina al Terzo Polo, e se si escludono sostegni esterni dati per ragioni economiche (Michele Salvati) o per ragioni politiche (Eugenio Scalfari), si ha che l’appoggio al governo Monti logora il progetto politico di centrosinistra facendo diventare schizofrenico il soggetto che porta avanti questo progetto. Questi non riesce più a parlare: a volte sembra dare ragione a uno che si posiziona alla sua sinistra (come dare torto a Camusso?) a volte sembra dare ragione a uno che si posiziona alla sua destra (come dare torto a Fornero?).

La formula “centrosinistra” si sfalda e non basta più un trattino a tenerla unita. In parte diventa ciò che con “sinistra” intende Walter Veltroni: io sono cinque anni che cerco di capire cosa intenda con “sinistra” e non penso basti il confronto con modelli stranieri (tutti falliti) quali Clinton, Blair o Zapatero.

Si firma un manifesto a Parigi con il Pse, le forze europee progressiste e socialiste, nello stesso tempo in cui si appoggia un governo che agisce secondo la contrazione espansiva: fare riforme strutturali innanzitutto per agire indirettamente sul debito pubblico e migliorare la propria posizione nei mercati finanziari attirando investimenti privati.

A cosa è dovuta questa schizofrenia? Al fatto che il progetto politico è tuttora inesistente (quali sarebbero, per esempio, le alleanze politiche nazionali?) e incompleto (quale sarebbe il programma?). Si sa che il Pd può diventare la principale forza del prossimo governo nazionale, ma giustamente tutti si chiedono: per fare cosa?

L’assenza di un tale progetto è risultata evidente proprio nella giornata di Parigi del 17 marzo: Hollande può vincere le elezioni, e forse anche il Pd; ma quest’ultimo con quale coalizione vincerebbe? Si tornerà a un sistema di Prima Repubblica, quando si facevano e disfacevano i governi tra due elezioni? E, in tal caso, cosa ne sarebbe del manifesto di Parigi? Inoltre, se lo Spd non vincesse le elezioni in Germania nel 2013, Italia e Francia sarebbero abbastanza forti da opporsi alla linea tedesca, condivisa dagli organi tecnocratici dell’Unione Europea, dalla Bce e dalla maggioranza del Parlamento Europeo?

Queste domande rendono del tutto inutile la disputa sulla fotografia di Vasto – con quale legge elettorale si andrà a votare nel 2013? Con quale Pd? – e rovescia la fotografia di Parigi: qui le forze socialiste, progressiste e democratiche non sembrano affatto, come vogliono far credere, il motore di un’europeizzazione dei partiti, che significherebbe finalmente un maggiore senso di responsabilità e solidarietà verso un progetto, quello europeo, mal costruito; esse sono del tutto in balia di eventi nazionali, abbastanza prevedibili in Francia (vittoria del centrosinistra), del tutto illeggibili in Italia, abbastanza prevedibili in Germania (vittoria del Cdu).

Il centrosinistra in Italia non solo non ha un progetto politico, ma non può nemmeno appellarsi a un progetto europeo, dato che questo è in balia di eventi nazionali che solo in parte possono essere previsti in Francia e in Germania mentre sono un’incognita in Italia, dove il Pd appoggia un governo di cui non condivide tutti gli aspetti. Il Pd vivacchia senza desideri nel pieno della necessità: “non c’era alternativa al governo Monti”. Questo è vero, ma è nello stesso tempo si tratta di un problema talmente serio da non essere mai stato preso in considerazione (se non a colpi di “foto di Vasto”, letterina di Enrico Letta per Mario Monti, simpatie per l’Udc, orribile gestione delle primarie, vicende oscure che coinvolgono importanti esponenti politici locali).

Né gli esponenti più a sinistra né quelli più centristi sono da soli responsabili del fallimento del progetto politico del centrosinistra, con il quale naufraga la stessa architettura del Pd che non può che sperare in una riforma elettorale che non lo costringa, prima della partita, a svelare programma e coalizione. Una certa responsabilità spetta alla segreteria nazionale, di cui si fatica a comprendere la linea politica, laddove questa è indice di decisione, del fare politico.

Intanto il fronte sembra spaccarsi. Una parte guarda verso il centro, all’alleanza con il Terzo Polo e un Pd di centro(sinistra), svuotato di una componente identitaria, quella di sinistra, e ormai senza più un progetto politico in qualche modo socialdemocratico (che non significa Welfare State novecentesco, ma almeno pensare a riforme strutturali per il paese e non per i mercati finanziari).

Una parte guarda a sinistra, dove l’assenza di un partito di riferimento (Sel non è un partito ma una sigla che non esisterebbe senza Vendola; l’Idv è un partito qualunquista, pieno di problemi al suo interno, alla ricerca dei voti dei grillini) fa sì che rimanga come unico punto di riferimento il sindacato: la Cgil, ma soprattutto la Fiom.

Ciò che accade a sinistra pone almeno tre problemi: (a) la sinistra parte da presupposti sbagliati quali l’illegittimità del governo Monti, lo Stato d’eccezione, il governo dei banchieri, e considera falso l’argomento “non c’era alternativa al governo Monti”; (b) la Fiom vive nella paradossale situazione di rischiare di uscire dalle fabbriche in cui non firma il nuovo contratto aziendale secondo la deroga al contratto nazionale: con il che sarebbe ancora un sindacato metalmeccanico o diverrebbe un movimento ben organizzato della società civile? (c) a sinistra si spera nel revival della manifestazione al Circo Massimo dieci anni dopo: in quel caso riuscì la protesta contro l’abolizione dell’articolo 18. Ci si dimentica però del comportamento vigliacco che gli esecutivi Berlusconi hanno sempre mostrato in materia di lavoro: un conto è avere a che fare con Berlusconi, che permette di mobilitare ingenti forze anti-berlusconiane, un conto è avere a che fare con Monti, per quanto possa essere suggestivo l’abbinamento con Marchionne.

Ma qui si pone la domanda: cosa se ne fece la sinistra dei tre milioni in sciopero il 23 marzo 2002? Pressappoco un bel niente. E cosa se ne farebbe oggi di un bel gruzzolo di scioperanti sotto i vessilli di Cgil e Fiom? Si vuole abbattere il “recinto”, come teorizza Bertinotti? Oppure si vuole costruire un progetto politico di governo? Nel primo caso non si va da nessuna parte. Nel secondo caso ci sarebbe bisogno di un’opposizione politica, non sindacale, di una proposta di governo, magari in una seria prospettiva europea (il manifesto di Parigi sarebbe un buon punto di partenza).

Proprio la mancanza di una simile proposta, di un progetto non per forza alternativo, secondo le parole di Vendola, ma almeno complementare, che tenga le cose che piacciono e modifichi quelle che non vanno bene, sarebbe necessario (vedi articolo Governo Monti e linea di governo). Trovo del tutto inutile fare della schizofrenica opposizione quando non si ha un progetto da proporre e non se ne discute nemmeno. Penso sia inconcludente farlo ancora, da tre anni, sotto le bandiere di sindacati. Dovrebbe almeno accadere il contrario: essere un orientamento politico a ispirare un sindacato e non un sindacato a guidare un orientamento politico di cui, sinceramente, se c’è la forma (sciopero generale, Landini, Fiom, No-Tav ecc.), si fatica a vederne la sostanza.


Il governo Monti e la contrazione espansiva

20 marzo 2012

Tre sono i settori socioeconomici che hanno visto e vedono più impegnato il governo nel tentativo di varare riforme strutturali: (1) previdenza, (2) servizi e professioni, (3) mercato del lavoro. Per comprendere l’azione del governo bisogna tenere sempre a mente la questione principale: il debito pubblico. Si tratta del quarto campo di intervento, che vede il governo impegnato su più fronti (lotta all’evasione fiscale, riduzione delle spese, aumento delle entrate, spending review ecc.).

Si possono riassumere questi quattro interventi in due grandi coordinate: (I) il rigore di bilancio che va condiviso con gli altri paesi europei; (II) la credibilità dell’azione di governo per diminuire il rischio finanziario del Paese, far sì che l’Italia riacquisti la fiducia dei mercati e attragga investimenti stranieri. Se la prima coordinata è quella del Patto di Bilancio recentemente sottoscritto da venticinque paesi europei, la seconda coordinata rimanda alla storia che tutti conoscono: la fiducia nel paese era sotto la suola delle scarpe quando resisteva, tenacemente attaccato alle poltrone, il governo Berlusconi, mentre ora è indubbiamente cresciuta. Due i segni: (a) lo spread, che ora si aggira intorno ai 280 punti, ma che si spera, con le nuove riforme (eventi internazionali permettendo), possa calare alle soglie dei 200 punti – il che comporterebbe un risparmio di parecchie decine di milardi di euro; (b) il ruolo di indiscusso protagonista assunto da Mario Monti in Europa rispetto al duo “Merkozy”.

Non sfugge, però, come le due coordinate richiamino quella contrazione espansiva che piace a FMI, organi tecnocratici dell’Unione Europea (Commissione Europea e Consiglio Europeo), Germania: rigore di bilancio e aumento di credibilità del paese contraggono la domanda interna ma attirano investitori privati. I dubbi che possa funzionare sono molti; o meglio può essere buona a livello finanziario, ma cosa accadrà a livello socioeconomico? Il governo sembra agire su quest’ultimo livello pensando al primo. Per esempio il colpo di scure della riforma previdenziale ha dato un notevole contributo alla diminuzione dello spread e porterà conti in ordine nelle casse dell’Inps. Ma, nello stesso tempo, fa del sistema previdenziale italiano il più “punitivo” in Europa (per età di uscita dal lavoro), blocca il turn over per un bel po’ di anni e con ciò l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, non riguarda alcuni nodi strutturali del sistema pensionistico come la famigerata Gestione Separata.

Si può dire lo stesso delle altre due riforme ancora in campo: liberalizzazioni e nuove regole nel mercato del lavoro dovrebbero rendere il paese più credibile e far girare l’economia grazie a più investimenti. Ma servono soprattutto a rendere più credibile l’Italia nei mercati finanziari. Si applaude, per esempio, alle liberalizzazioni come farmaco benefico per il paese: ma, al di là di contro-argomentazioni di stampo culturale, si ritocca ”al ribasso” la regolazione del tirocinio, e la sua remunerazione, presso studi di avvocati. Mentre, per quanto riguarda il mercato del lavoro, si vogliono modificare gli strumenti assistenziali, potenziandoli, ma senza che lo Stato debbe annoverarle fra le nuove spese; oppure si cercano due miliardi da mettere sul tavolo senza sapere bene dove trovarli.

Vi è poi la pomposa questione dell’articolo 18. Si tratta in realtà di un problema minore rispetto a quello dei soldi che (non) sono sul tavolo della trattativa, ma che ha delineato i due schieramenti che nel campo mediatico si affrontano: da un lato coloro che ne vogliono l’abolizione o in nome di una deregulation che finora ha prodotto solo gravi danni (costoro fino a pochi mesi fa erano al governo e non hanno avuto il coraggio di una simile iniziativa) o in nome di una flexsecurity da farsi senza soldi (!) e dimenticando il modo in cui (non) sono organizzati i percorsi di formazione e ricollocamento nel nostro paese; dall’altro chi è per la sua difesa “senza se e senza ma”, per la sua estensione a tutti i lavoratori, senza che con ciò sia possibile comprendere come comportarsi quando un’azienda perde in competitività e non ha più i requisiti per rimanere sul mercato.

Nella battaglia tra le due fazioni, che riguarda più gli opinion leaders che l’opinione pubblica, sono intervenuti Monti e Fornero: dimenticandosi, come dicevano all’inizio, di toni sobri e bocche cucite, hanno rilasciato dichiarazioni avventate (Fornero) o hanno liquidato con delle battute problemi giganteschi (Monti) come il posto fisso o come la politica industriale del tutto insufficiente della Fiat. Tutto ciò non giova affatto a trovare un accordo, almeno sulle linee programmatiche.

Da qui si ritorna al discorso di prima: si sta parlando di riforme strutturali, non congiunturali, di lungo termine e che riguardano la regolazione dei processi socioeconomici. Ccon quale ottica si fanno queste riforme: con occhio attento alla società o solo ai numeri, preoccupandosi di una buona regolazione o accelerando per avere reazioni positive della Borsa? La riforma del lavoro serve ad aumentare i posti di lavoro, a rendere più attiva (somma di occupati e disoccupati in movimento) la popolazione oppure serve a far scendere ancora di più lo spread? Ovvero: la riforma del mercato del lavoro concerne la regolazione del campo socioeconomico o è una terza via indiretta per la riduzione degli interessi da pagare sul debito pubblico – posto che per la sua riduzione vi sarebbero altre vie più efficaci percorribili a livello europeo come gli eurobond e un’azione più decisa della Banca Europea degli Investimenti?

Rimangono dei dubbi sulle intenzioni ed emerge il problema politico delle decisioni a livello nazionale ed europeo. Resta da sottolineare, con imbarazzo, che queste domande, in Italia, devono essere rivolte ai “tecnici” e non ai politici di professione (vedi articolo Centrosinistra e governo Monti): ai primi, e non ai secondi, va posto il problema politico, dato che i politici della Seconda Repubblica si sono rivelati del tutto incapaci in materia di governo, fatta eccezione per le brevi esperienze dei due governi Prodi (affossate in entrambi i casi dall’interno, a dimostrazione dell’insufficienza e dell’inadeguatezza di certi politici di professione che oggi si mascherano da teorici militanti contro il “recinto”). Non c’è una risposta chiara e netta. Può trattarsi di tutte le due cose, come sembra più probabile, o solo di una delle due. Per ora la questione resta aperta (vedi articolo Governo Monti e linea di governo).


Governo tecnico, sistema dei partiti e crisi della democrazia

31 dicembre 2011

Governo tecnico come “stato d’eccezione”?

Non convince la tesi secondo la quale il governo tecnico presieduto da Mario Monti rappresenti uno “stato d’eccezione”.

Per quel che riguarda il regolare corso della democrazia nazionale, non mi pare ci sia stata alcuna sospensione del diritto né esautorazione del Parlamento. Rimando a quanto scritto dal costituzionalista Valerio Onida sul Corriere della Sera il 15 dicembre 2011 (Nessuna emergenza costituzionale anche con il “governo dei tecnici”).

La tesi dello “stato d’eccezione” è sostenuta anche da coloro che interpretano il governo tecnico come “governo delle banche”.

Da un lato ci si riferisce alla presenza nell’esecutivo del banchiere Corrado Passera, ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti, ex amministratore delegato di Banca Intesa, poi Intesa Sanpaolo. Il rischio di conflitti di interessi è stato da più parti segnalato: si veda per esempio l’articolo scritto da Milena Gabanelli e Giovanna Boursier sul Corriere della Sera del 30 dicembre 2011 (Caro ministro, sia davvero super partes). Il ministro ha risposto il 31 dicembre 2011, sullo stesso quotidiano, dichiarando di aver risolto la questione (Conflitto di interessi? No, ho giò venduto le azioni di Intesa) Sembra comunque eccessivo, da qui, apostrofare l’intero esecutivo come “governo delle banche”.

Dall’altro lato si rimanda allo scenario finanziario internazionale e all’inflessibilità mostrata in Europa da parte di Consiglio Europeo, Banca Centrale Europea, Germania.

Nel primo caso lo “stato d’eccezione” sarebbe la conseguenza diretta della “dittatura dei mercati”. Il “mercato” è oggetto di critica in quanto, nel discorso pubblico, assume la configurazione di un’entità eterea e infallibile (“il giudizio dei mercati”, “la legge del mercato”, “è stabilito dal mercato”). Ma se la critica non fornisce una definizione di “mercato”, e si limita alla denuncia o alla negazione del ruolo del “mercato”, allora il detto ”dittatura dei mercati” afferma ciò che la critica intende denunciare o negare. Il che è contraddittorio.

Si consideri una definizione di “mercato” in termini di potere o rapporti di potere. Non giudico la bontà di una simile definizione, anche se credo che sia interessante studiare il “mercato” come sede di rapporti di forza (o di potere). A tale proposito si vedano gli articoli di Andrea Fumagalli del 23 novembre 2011 (Prove (conclamate) di dittatura finanziaria) e di Guido Viale del 7 dicembre 2011 (La dittatura dei mercati). Bisogna capire se questa definizione giustifica la tesi dello “stato di eccezione”, come accade nei due interventi appena citati.

La “dittatura dei mercati” può essere intesa come azione: la finanza agisce direttamente sui governi, non solo per far nominare un nuovo esecutivo, ma soprattutto perché sia nominato premier un uomo di fiducia dei mercati. A tale proposito si fanno gli esempi di Lucas Papademos, attuale capo del governo in Grecia, che è stato vicepresidente della Banca Centrale Europea dal 2002 al 2010, e ovviamente di Mario Monti, in passato consulente di Goldman Sachs. Qualcuno ha perfino sostenuto che la spinta decisiva affinché Berlusconi si dimettesse, e Monti fosse nominato nuovo premier, è stata data da Goldman Sachs. In questo modo si vuole indicare non più solo l’azione, ma l’agente che l’ha compiuta. Così si fa della dietrologia, ossia ragionamenti che riducono le cause a una sola, riferiscono i dati in modo parziale ingrandendo oltre misura quelli più utili alla propria tesi.

Sembra più corretto intendere la “dittatura dei mercati” come parte del rapporto storico tra finanza e politica. Ciò va collegato alla storia del neoliberismo e alle sue conseguenze (si pensi ai dieci anni di Tony Blair nel Regno Unito dopo i governi della Thatcher e di Major). Si veda a tale proposito l’importante saggio di David Harvey, Breve storia del neoliberismo (Milano, Il Saggiatore, 2007). Ma a questo punto è riduttivo e sbagliato pre-impostare il problema volendo dimostrare la tesi dello “stato d’eccezione”: oppure ogni governo che metta mano al Welfare State, per riformarlo o smantellarlo, sarebbe uno “stato d’eccezione”?

Di fatti, quando il governo vara riforme strutturali, come quella del mercato del lavoro, lo fa per operare una trasformazione socioeconomica. Questa è solo una parte della verità, il contenuto della decisione. Sembra più importante la forma stessa della decisione, diciamo il livello metapolitico: il fatto che l’azione sia energica, non riluttante, sicura, non fragile. Ciò serve a compiacere i mercati finanziari e l’Unione Europea per migliorare la posizione dell’Italia nel campo internazionale, soprattutto agli occhi degli investitori privati. Questa è la contrazione espansiva (vedi articolo Il governo Monti e la contrazione espansiva): il solo modo, sembra, con il quale questo governo, ma più in generale tutta l’Unione Europea, intende porre un freno e ridurre il debito pubblico.

Infine, si sostiene la tesi dello “stato d’eccezione” in ragione dell’inflessibilità di alcune istituzioni europee. Si afferma che il governo Monti è l’esecutore dei diktat europei e della famosa lettera scritta da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet per sollecitare il governo Berlusconi a compiere le dovute azioni in un clima di sempre maggiore pessimismo. Il che è stato smentito dai fatti, qualunque giudizio si voglia dare all’esecutivo.

Le architetture costituzionali d’Europa non sono già date: sono definite a partire dalle situazioni concrete. La soluzione può essere sbagliata o corretta (quasi tutte le soluzioni finora prese sono sbagliate); ma la procedura è questa. Più specificamente, dunque, l’azione del governo tecnico è soggetta a istituzioni di controllo europee, a loro volta oggetto di discussione e deliberazione tra capi di Stato e altre autorità. Questa linea di riflessione è la più interessante, la meno battuta, più complicata delle precedenti. Tuttavia, anche in questo caso, la nozione di “stato d’eccezione” non permette di analizzare approfonditamente il problema cruciale: di quali istituzioni, e con quali metodi, l’Unione Europea si sta dotando? Proseguire questa indagine mi porterebbe fuori traccia: per ora, mi basta aver contro-argomentato alle tesi sullo “stato d’eccezione”.

Governo tecnico e sistema dei partiti

Il 12 dicembre 2011, su la Repubblica, Gustavo Zagrebelsky (La democrazia senza partiti) pone la seguente domanda:

Ma quanto tutto questo sarà finito, che cosa sarà della politica e delle istituzioni?

La traccia della risposta va cercata riflettendo su questo problema:

E’ (…) sulla sostanza costituzionale, sotto il profilo della democrazia, che occorre aprire una discussione. (…) Di fronte alla pressione della questione finanziaria (…) i partiti politici hanno semplicemente alzato bandiera bianca, riconoscendo la propria impotenza, e si sono messi da parte.

La maggioranza si è mostrata indecisa e incapace a gestire la grave situazione finanziaria che ha contribuito a provocare; l’opposizione, non essendo definita la sua composizione, non era in grado di formulare un piano di interventi. Non c’è solo la questione finanziaria: si sarebbe andati al voto con il “porcellum”, senza avere ricevuto quella chiarezza di programma e certificazione dei quadri dirigenti che oggi si esige dai partiti. Non c’era altra scelta che un governo fuori dai partiti.

Nel sostegno al nuovo governo, nel dibattito sul suo statuto e sulla manovra, emerge la crisi della funzione di rappresentanza dei partiti. Si rompe il nesso “che i partiti devono creare tra società e Stato” intorno a due componenti:

(…) raccogliere le istanze sociali e trasformarle in proposte politiche (…) tenere insieme la società, per la parte che ciascuno rappresenta (…).

La prima riguarda il centro-sinistra (vedi Centrosinistra e governo Monti): per esempio manca una sintesi delle diverse proposte per riformare il mercato del lavoro. L’articolo pubblicato su l’Unità da Cesare Damiano e Tiziano Treu il 30 dicembre 2011 (Meno flessibilità e contratto unico di inserimento) individua sette punti per una discussione nel merito, rivolgendosi soprattutto all’interno del partito. In questa interessante proposta mancano due questioni per nulla secondarie: l’emersione del sommerso e una politica del sistema di formazione.

L’Italia dei Valori prosegue lungo una strada ben lontana: prevalgono mancanza di proposte e qualunquismo. Si rischia la rottura dell’alleanza di centro-sinistra che non si può ridurre soltanto a una fotografia. Non si può fare delle elezioni in Sicilia il terreno decisivo di scontro: il caos delle primarie nelle ultime elezioni di Napoli, per esempio, non hanno condotto a una rottura della coalizione nazionale. Vi sarebbe una seconda conseguenza: additando colpe e responsabilità al governo tecnico e agli altri partiti, l’Italia dei Valori vorrebbe tirarsi fuori dalla crisi dei partiti e da un processo di revisione del proprio ruolo istituzionale e della propria composizione interna. Fa dei referendum di giugno e del successo della raccolta di firme per quello sulla legge elettorale il proprio orgoglio; il che rischia di diventare un alibi troppo grande per dimostrare la propria innocenza politica e restare immutati, puri e incorrotti nella crisi del sistema dei partiti.

Il PDL, invece, si avvale di una funzione di rappresentanza distorta: non tutela gli interessi della propria parte sociale nel quadro di un interesse sociale generale, ma singoli politicanti si fanno portatori di interessi particolari contro l’interesse generale. Lo si è visto nel blitz contro un intervento legislativo sulle farmacie, e probabilmente lo si vedrà di nuovo quando si tratterà di riformare gli ordini professionali. Questo atteggiamento non può definirsi “corporativismo”, dato che non tiene in alcun conto il quadro sociale.

La difesa di interessi particolari, di cui è indiscutibile campione Berlusconi, che ne ha dato nuova prova opponendosi all’asta delle frequenze televisive, non va confusa con il rifiuto del centro-destra di una patrimoniale: in questo caso si tratta di una posizione ideologica coerente con i propri principi. Semmai è discutibile l’incoerenza di una maggioranza che non tagliava la spesa pubblica, come sarebbe forse stato nei suoi intenti, prevedendo addirittura spese maggiori per il 2011, e procedeva a un aumento progressivo della tassazione sempre più pesante fino al 2013.

Il comportamento di esponenti del centro-destra mostra come la resa dei partiti, che si manifesta nella violenza verbale della Lega Nord, nelle critiche non costruttive dell’Italia dei Valori e di parte del PDL, nella fiducia cieca per vuoto di idee dell’UDC e del Terzo Polo, rischia di trasformarsi in una cancrena della democrazia.

Paradossalmente, la resa avviene quando i partiti dovrebbero assumere maggiori responsabilità e senso delle istituzioni, una maturità morale esemplare, in un contesto di crisi sociale ed economica. Il 23 dicembre 2011 Guido Crainz ha scritto su la Repubblica (Ricostruire la politica):

(,,,) ancora una volta nel giro di pochi anni il nostro Paese sembra capace di esprimere governi di qualità, capaci di operare quando la politica viene travolta dalla crisi.

Dopo le esperienze del governo Amato del 1992 e del primo governo Prodi, i partiti tornano a essere ”più un peso che una risorsa, più un intralcio che uno stimolo”.

Non si tratta solo di riformare la legge elettorale. Qualsiasi legge elettorale, senza una riforma credibile dei partiti, è vana:

Una politica che sta bruciando quel che rimaneva della propria credibilità continuando a ignorare l’urgenza di riformare radicalmente se stessa, il proprio modo di essere e le proprie regole.

E’ necessaria una riforma della cultura politica e di governo in questo Paese:

Siamo di fronte alla necessità di ricostruire non solo un sistema politico ma anche un Paese che appare profondamente smarrito e che è chiamato a sacrifici pesantissimi. Anche per proprie colpe: in passato è stato troppo pronto a rimuovere le proprie responsabilità (…) e nessuno può rispolverare oggi il mito di una società civile interamente sana contrapposta a un sistema politico corrotto.

Il governo tecnico, nel suo breve tempo di vita, può definire i limiti di questa riforma, non tanto promuovendo una legge elettorale, quanto stabilendo l’orientamento per il futuro governo politico. Si ricordi che il governo Monti non deve solo vigilare sui conti pubblici, ma introdurre delle riforme (ordini professionali, giustizia), orientarne delle altre (federalismo), aggiustarne qualcuna (scuola e università). E’ chiamato al duro e difficile compito di configurare un’amministrazione pubblica dopo circa quarant’anni di abusi e cattiva gestione, culminati nel trentennio craxiano-berlusconiano intervallato, per brevi periodi, da rattoppatori (Amato e Ciampi, Prodi e Visco, Prodi e Padoa Schioppa) che sono in qualche modo riusciti a rinviarne i danni nel tempo.

Il governo Monti può solo cominciare un’operazione di pulizia, contro interessi particolari che ledono l’interesse generale, clientele, corruzione e sprechi, e un’operazione di verità in opposizione alla propaganda elettorale cui ci ha abituato Berlusconi e alla finanza creativa di Tremonti. Non può certamente avere ragione fino in fondo, eliminando tutti i cattivi comportamenti ben documentati dalla stampa (soprattutto Il Fatto Quotidiano). Può solo cominciare questo difficile compito, che il successivo governo politico dovrà necessariamente proseguire (vedi articolo Governo Monti e linea di governo).

Perciò è indispensabile una revisione dei partiti, della loro struttura interna prima che delle loro alleanze, delle procedure di selezione e dei quadri dirigenti. E’ un’esigenza ineludibile per il ruolo che ricoprono, nell’esercizio della funzione di rappresentanza politica di un’istanza sociale entro l’interesse generale. Si tratta di un passaggio decisivo nell’attuale crisi della democrazia, che renderebbe più sicura la situazione politica ed economica dell’Italia, più trasparente il rapporto con i cittadini, più facile ed efficace il compito del governo tecnico. Non si può più sorvolare e chiacchierare sulla questione morale, che riguarda il senso istituzionale, e politica nei partiti. Dopo Monti non si può tornare alle vecchie pratiche: un altro governo non sarebbe in grado di gestire una situazione di crisi; e questa volta sarebbe quasi impossibile salvarsi.


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