Ci sono quattro elementi su cui riflettere dopo queste elezioni amministrative: (1) astensionismo, (2) crollo Pdl e Lega, (3) ascesa del Movimento 5 Stelle, (4) orizzonte del Pd.
Astensionismo
Ai ballottaggi ha votato il 51,4 % degli aventi diritto. Nei comuni capoluogo ha votato il 45 % – meno del 40 % a Genova. Il numero dei votanti è calato del 17 % rispetto al primo turno, il 21 % in meno nel Sud. Vi sono delle eccezioni: a Parma ha partecipato al voto il 61,18 % degli elettori, a L’Aquila il 58,04 %, a Piacenza il 54,38 %; percentuali comunque inferiori a quelle registrate nel primo turno.
E’ interessante notare che il numero dei non votanti, circa il 58 %, è vicino a quel 57 % di elettori che, secondo i sondaggi, dichiarano di volersi astenere o di essere indecisi sulle proprie intenzioni di voto (Renato Mannheimer, Precipita l’affluenza. Sindaci “depotenziati” scelti da metà elettorato).
La percentuale degli astenuti non delegittima vittorie elettorali come quelle di Ippazio Stefàno a Taranto (69,67 % di 43,21 % di votanti), di Marco Doria a Genova (59,71 % di 39,08 % di votanti), di Leoluca Orlando a Palermo (72,43 % di 39,73 % di votanti): votare è un diritto, non un dovere, e l’astensione non è punita a norma di legge.
Ciò di cui bisogna tenere conto è l’instabilità e l’incertezza dell’elettorato, pronto in poco tempo a mutare opinione o a decidere se recarsi o no alle urne. C’è un clima di diffusa precarietà, vissuta e percepita, dalla quale non è immune nemmeno il governo Monti. E’ necessario comprendere nel modo più profondo possibile l’opinione pubblica, gli umori della società; bisogna soprattutto capire in che modo essa interpreta la crisi delle rappresentanze politiche e si rapporta a forze dell’antipolitica. Con quest’ultimo termine non intendo identificare il Movimento 5 Stelle o un qualche altro movimento o partito politico, bensì un tratto culturale, piuttosto diffuso in Italia, di resistenza al sistema paese e alle sue istituzioni, disposto a votarne lo sfilacciamento piuttosto che una difficile e sofferta tenuta - si pensi al tema delle tasse (per una definizione del binomio /politica VS antipolitica/: Politica e antipolitica).
L’affermazione “gli astenuti sono elettori di centrodestra” non è sufficiente perché non ci dice cosa si intende con “centrodestra” dal punto di vista politico, ovvero come istanza di mediazione nel tessuto socio-economico: quale progetto, quale amministrazione, quale linea di governo risulterebbero nelle aspettative di presunti “elettori di centrodestra che si astengono”.
Crollo del Pdl e della Lega
La netta sconfitta di quella che era la coalizione di centrodestra (Pdl + Lega Nord), e che governava fino a novembre 2011, era stata registrata dai sondaggi, è stata confermata dal primo turno, ora sembra ancora più acuta con i risultati dei ballottaggi.
Su 26 comuni di capoluogo, il Pdl ne ha vinti 6: Trapani, Catanzaro, Trani, Lecce, Frosinone, Gorizia. Ma di questi solo il comune di Frosinone è stato conquistato, mentre a Catanzaro sono in corso indagini della Procura sulla regolarità del voto. Su 157 comuni sopra i 15.000 abitanti, il Pdl ne amministrava 92, oggi ne amministra 34.
La Lega Nord ha perso tutti i 7 ballottaggi. Su 12 comuni (sopra i 15.000 abitanti) che amministrava ne ha riconfermati 2 – Verona e Cittadella – e non ne ha conquistati nessuno.
Al Sud, la sconfitta del Pdl è netta in Sicilia, terra, nel 2001, del famoso 61 a 0. Ha perso 17 comuni (sopra i 15.000 abitanti) che amministrava, ne ha conquistati solo 2 e riconfermati 1. La sconfitta al ballottaggio ad Agrigento, terra di Angelino Alfano, contro un candidato di centro non è però così netta: il comune era amministrato dal centrosinistra e il numero di consiglieri, sommando ai posti di consiglio ottenuti dai partiti del vincitore quelli conquistati dal terzo candidato (Maria Lo Bello: Mpa + Pd + Fli + Api), è di 19 pari. Diversa la situazione a Palermo, dove il Pdl conquista solo 3 consiglieri (2 vanno alla lista “eretica” di Micciché, vittoriosa ad Avola, comune di 32.000 abitanti in provincia di Siracusa). A Paternò, invece, terra di Ignazio La Russa, perde il comune senza nemmeno aver preso parte al ballottaggio. Meno netta, ma non meno pesante, la sconfitta in Puglia, dove perde 11 comuni, ne conquista 2 e ne riconferma 6.
Il crollo di Pdl, al quale si aggiunge quello della Lega, è più evidente al Nord, nei luoghi economicamente più importanti. In Veneto al ballottaggio regge Vigonza ma è persa Thiene, che dalla Lega passa al Pd ma grazie a un candidato imbottito di liste civiche che prendono il doppio dei consiglieri del Pd. Ciò che è accaduto in Lombardia è ancora più significativo: vengono riconfermati solo 3 comuni per il centrodestra, mentre il Pd ne conquista 17. Il risultato finale è di 19 a 3 (in 2 comuni il centrosinistra ottiene la riconferma). Resta a mani vuote la Lega.
Quali conclusioni trarre da questi dati? Il Pdl resiste solo in Calabria. Perde in Sicilia (dove Lombardo ha rassegnato le dimissioni da presidente della regione), arretra, sebbene in misura minore, in Puglia; esce sconfitto in altri importanti comuni del Centro come Rieti, Todi e Lucca; crolla al Nord, soprattutto nel triangolo produttivo del Nord-Ovest – tutti centri importanti dove, anni prima, vinceva tranquillamente assieme alla Lega. Il partito del Carroccio cade rovinosamente, resistendo solo nella roccaforte di Cittadella e a Verona grazie all’outsider Tosi.
Il centrodestra non esiste (per ora) più come coalizione, perde molti voti e numerosi comuni. Dal 2011 ha perso importanti città del Nord, da Milano a Trieste, fino a Monza, Como, Asti, Alessandria. La “questione settentrionale” non scompare, ma si svincola dalla componente politica che l’ha sostenuta negli ultimi anni (Giangiacomo Schiavi, Declino di un modello usurato. La Regione si è sentita tradita; Ilvo Diamanti, Chi rappresenta il male del Nord). Rimane un grande vuoto di rappresentanza politica, come testimoniano i dati dell’astensione, che comprende la parte più produttiva del paese, quella del tessuto industriale di piccole e medie imprese, la cui cattura del voto non è affare da poco.
Ascesa del Movimento 5 Stelle
Il Movimento 5 Stelle conquista quattro sindaci: Parma, Comacchio, Mira, Sarego (quest’ultimo è un comune con meno di 15.000 abitanti). Nei primi due casi conquista due comuni precedentemente governati dal centrodestra, vincendo al ballottaggio con il candidato di centrosinistra; nel caso di Mira va al governo di una città operaia storicamente di sinistra.
Considerando i casi di Parma, Comacchio e Mira, il candidato del M5S vince in quanto rappresentante di una nuova politica contro la politica dei partiti. Nel caso di Parma, ottiene il successo in un comune portato al dissesto finanziario dalle precedenti giunte di centrodestra, con la complicità degli industriali locali. Bisogna far fronte a 600 milioni di passivo di bilancio.
A Parma Federico Pizzarotti vince grazie ai voti degli elettori di centrodestra (si vedano i calcoli di Roberto D’Alimonte, Pdl e Lega, caduta oltre le attese). La stessa cosa si può relativamente dire di Comacchio, dove il candidato del Pd prende circa 600 voti in meno rispetto al primo turno. Lo stesso accade al candidato del Pd di Mira (dove la percentuale degli astenuti al ballottaggio è stata alta) superato da Alvise Maniero del M5S che ottiene più del doppio dei voti del primo turno.
Il caso più interessante è certamente quello di Parma. Qui non ha perso solo il Pd e il suo candidato, Vincenzo Bernazzoli, presidente della Provincia, che non è riuscito ad opporsi con validi argomenti a Pizzarotti; qui hanno perso soprattutto gli industriali locali che avevano interloquito con il Pd (Dario di Vico, Fallisce il patto democratici-industriali. A 5 stelle l’aiuto di indignati e “vendicatori”). Pizzarotti conquista un voto piuttosto eterogeneo, da quello dei cittadini indignati a quello anti-sistema e vendicatore contro le potenze economiche locali. La dichiarazione di voto del Pdl a favore di Pizzarotti prima del ballottaggio può contare in modo limitato, ma conferma il ragionamento: si tratta della tradizionale opposizione al Pd, il primo partito dell’Emilia Romagna, o anche della vendetta contro gli industriali (quindi contro un eventuale patto tra il Pd regionale e gli imprenditori locali).
Il M5S raccoglie certamente un voto di protesta contro i grandi partiti. Ma questa protesta va anche letta a livello locale e oltre l’ascesa del M5S, laddove nell’opinione pubblica emergono umori ostili ai poteri politicamente ed economicamente forti. E’ accaduto a Parma e, in altro modo, anche a Palermo, Genova, Napoli. Potrebbe accadere a Siena dopo le dimissioni del sindaco. In questo caso non si tratta propriamente di antipolitica, ma di una resistenza crescente a una politica cristallizzatasi nel controllo e nella riproduzione dell’élite al potere, quello politico e quello economico, incapace di interloquire con i cittadini. Un clima sentito a livello nazionale ma di cui si possono misurare gli effetti in alcuni contesti locali.
Orizzonte del Pd
Il Pd vince in tutta Italia conquistando comuni importanti dalla Sicilia al Piemonte. Rispetto ai 56 comuni che amministrava (98 del Pdl), ora ne governa 95 (il Pdl ne ha 34). In certi casi vince sostenendo un candidato di coalizione (Genova), in altri perde contro candidati di sinistra (Palermo, Belluno). Perde in tre casi contro candidati del M5S (Parma, Comacchio, Mira – mentre vince a Budrio) e nel caso di Cuneo perde contro un candidato di centro.
Il Pd si espande in una regione di destra, come la Sicilia, e conquista un cuore produttivo del paese come la Lombardia. Vince anche in cinque comuni del Veneto (perdendone uno), vince in Liguria, Toscana ed Emilia Romagna senza perdere alcuna amministrazione (ricordo che Parma e Comacchio erano amministrate dal centrodestra).
Bersani ha parlato di una vittoria del Pd che non deve essere sprecata rimanendo rigidi: bisogna fare le riforme istituzionali che il paese chiede (soprattutto riforma elettorale e finanziamento dei partiti; non si parla invece di una riforma dello statuto dei partiti). Di fatti il centrosinistra ha ora la possibilità di amministrare comuni economicamente importanti, come il triangolo industriale del Nord-Ovest (Torino, Milano, Genova) e la Brianza, quindi di interloquire direttamente con le imprese locali. Può tessere una tela politica con la quale rilanciare una nuova “questione settentrionale”, ben diversa da quella avanzata da Pdl e Lega Nord: fondata su un’economia virtuosa, in stretta relazione con il territorio, non su assistenzialismo, evasione fiscale e lavoro nero.
Tutto ciò, però, non rappresenta ancora una “vittoria del Pd”, ma il suo “orizzonte di vittoria”. Finora il Pd vince sulle macerie di Pdl e Lega Nord, ma non riesce sempre a prendere il voto dei moderati; il voto del ceto produttivo nel Nord-Ovest deve essere ancora conquistato con serie proposte politiche ed economiche. Inoltre il partito mostra ancora qualche difficoltà contro candidati outsider (come quelli del M5S).
Le vittorie non chiariscono né quale coalizione ci sarà sul piano nazionale né quale sia il progetto di governo. Mancano gli ingredienti con i quali il Pd può presentarsi come il primo partito di maggioranza relativa: leader candidato alla Presidenza del Consiglio, coalizione di governo, progetto di governo e di amministrazione, programma politico ed economico, linea di governo. Non si chiede un’agenda scritta giorno per giorno né un programma di duecentocinquanta pagine; ma di tutto ciò non si è finora nemmeno tracciata una riga.
Non solo mancano gli elementi veri di una vittoria e quelli del consolidamento del partito nel territorio produttivo del Nord, ma, come suggerisce Massimo Giannini (Un altro paese) non può sfuggire al segretario del Pd che annunciare fin da subito la vittoria forse non è il modo migliore per non mostrarsi troppo rigidi.
Pubblicato da Giorgio